Emanuela Ulivi

56 paesi, 45 ministri e rappresentanti di organizzazioni internazionali, 800 personaggi del mondo della politica, dell’economia, della cultura, 80 think-tank e organizzazioni internazionali riuniti alla terza edizione del Forum Rome- MED Mediterranean Dialogues promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione e dall’Istituto di Studi di Politica Internazionale, che si è concluso il 2 dicembre. All’inaugurazione della tre giorni, insieme al capo dello stato Sergio Mattarella, ospite d’onore il presidente libanese Michel Aoun che ha subito introdotto uno dei temi più scottanti per la regione euromediterranea: il terrorismo.

Dal Golfo al Maghreb, dove guerre e rivolgimenti sono ancora in corso, tutti sono coinvolti nelle sfide cui il forum ha voluto guardare con ottimismo già nel titolo: Al di là dei disordini un’agenda positiva. 25 sessioni di lavoro per dibattere su problemi e aspettative, condensate in quattro pilastri: prosperità, sicurezza, migrazioni, cultura e società. Il primo, la prosperità condivisa. Non solo commerci: per la crescita servono anche investimenti esteri, tema affrontato con imprenditori di grandi aziende come il libanese Fouad Makhzoumi, fondatore della Future Pipe Industries che produce di tubi in vetroresina, Naguib Sawiris, amministratore delegato del colosso egiziano delle telecomunicazioni Orascom, e con Beniamino Quintieri, Presidente di SACE, la società di sostegno alle imprese del Gruppo Cassa depositi e prestiti, che hanno elencato le condizioni politiche e sociali necessarie agli investimenti: dalle riforme giudiziarie, all’istruzione alla liberalità dei regimi, sottolineando la necessità delle infrastrutture. La crescita quindi come dimensione di base dello sviluppo sostenibile.

Ma oltre alla legislazione, quando i fondi per costruire le infrastrutture non ci sono, servono accordi bilaterali o multilaterali a livello internazionale. Lo ha spiegato Thamer Alfailakawi introducendo la strategia adottata dal suo paese, il Kuwait, che ben prima di diventare una petromonarchia, nel 1961 ha dato vita, all’indomani della sua indipendenza, al Kuwait Fund for Arab Economic Development, la prima istituzione nazionale del Medioriente fondata in un paese in via di sviluppo come era il Kuwait, instaurando partenariati con altri paesi in via di sviluppo. Il Kuwait Fund è oggi impegnato in Medioriente, nel Mediterraneo e in Africa. Il Kuwait, ha precisato Thamer Alfailakawi, assiste non con fondi di investimento diretti ma con prestiti agevolati le istituzioni, per la realizzazione di infrastrutture e per ridurre i costi aziendali delle telecomunicazioni, dell’energia e dell’acqua. Tanto in Medioriente che nel Mediterraneo, fornendo assistenza a progetti sostenibili. I prestiti agevolati riguardano anche scopi sociali: progetti sulla salute e sulla scuola, per implementare le risorse umane, l’ assistenza tecnica per formare forza lavoro qualificata. Dalla fondazione, ha fatto sapere Alfailakawi, l’impegno del Kuwait Fund si è esteso ad oggi a 106 paesi nel mondo, diventando a sua volta catalizzatore di altri finanziatori. Coopera infatti in coordinamento con altri 4 Fondi e altre istituzioni internazionali, per un totale di 55% progetti cofinanziati. Nella zona MENA (Middle East and North Africa) e nel Mediterraneo il Kuwait ha elargito 211 prestiti agevolati, che corrispondono ad altrettanti progetti, finanziati sia nei paesi arabi che europei, compresi Malta e Cipro prima che entrassero nell’UE, per un totale di 6,4 miliardi di dollari. 47 i contributi in assistenza tecnica per 424 milioni di dollari investiti in progetti, di questi 233 milioni per Palestina e Siria. Il Kuwait Fund gestisce anche il portfolio del governo assistendo i paesi del Mediterraneo: 16 i prestiti agevolati, per un totale di 2.1 miliardi di dollari, erogati, per esempio, al Libano dopo la guerra del 2006 e al Marocco per la costruzione di porti, TGV e autostrade.

Il futuro: il primo ostacolo agli investimenti dopo quanto accaduto in Medioriente, ha sottolineato Alfailakawi, è oggi la sicurezza. Il Kuwait ha ospitato gli incontri dei maggiori paesi donatori per la Siria per raccogliere fondi. Lo stesso emirato ha contribuito per 1.6 miliardi di dollari (promotore di tre conferenze internazionali intitolate Supporting Syria and the region, l’emirato – nel quale ha anche sede l’Arab Fund for Economic and Social Developmen e del quale fanno parte i Paesi della Lega araba – ha contribuito agli aiuti e allo sviluppo della Siria e ai paesi che ospitano i rifugiati: Giordania, Libano, Turchia Egitto Iraq). Alfailakawi ha poi annunciato che stanno lavorando per organizzare dagli inizi dell’anno prossimo la ricostruzione nelle zone liberate dell’Iraq, consapevoli della situazione di rischio e che opereranno coi paesi debitori non fornendo loro fondi ma le competenze e il know-how di cui hanno bisogno.

La Libia, i migranti, le questioni sul tappeto al forum La Siria, per la quale erano in corso i colloqui a Ginevra tra il regime e le forze dell’opposizione, pur se, sconfitto l’Isis, ancora si spara e muoiono i civili. Ad una nuova Siria guarda la società civile siriana fortemente decisa a costruire una vera democrazia, oltre i rebus della geopolitica. C’era il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, che ha spiegato che l’accordo sul nucleare non è quello desiderato da ciascuno dei firmatari ma è quello ratificato dalle Nazioni Unite, che tutti debbono applicare, anche senza gli Stati Uniti. Dall’altra, l’Arabia saudita, intenzionata a stoppare l’influenza iraniana nella regione, che, ha sottolineato il ministro degli esteri Adel Al-Jubeir, trae i suoi presupposti dalla rivoluzione del 1979. Sono salite sul palco del Rome –MED le ONG che sul campo lavorano per dare ai giovani e alla società nuove prospettive di convivenza e un futuro. L’entusiasmo contagioso della palestinese Honey Thaljieh, che correndo dietro ad un pallone per le vie di Betlemme, ha dribblato la sfiducia e i pregiudizi fino a capitanare la nazionale femminile palestinese, a strenua difesa della diplomazia dello sport.

Di fronte alla complessità della situazione attuale, qualcuno ha dubitato della tenuta dell’Europa. Che invece è vista come un partner affidabile nel mondo, “reliable” ha sottolineato l’Alto Rappresentante degli affari esteri e delle politiche di sicurezza dell’UE Federica Mogherini, citando puntualmente gli ambiti, le zone e i finanziamenti dell’azione e della presenza dell’Europa. L’UE è il mercato più grande, il maggior investitore e donatore di aiuti, è una realtà cui il mondo guarda per le sue capacità diplomatiche di concepire le relazioni internazionali, la gestione dei conflitti e post conflitti. Si guarda all’UE per una certa idea del vivere insieme dovuto non solo agli alti standard di vita, alla cultura, all’economia, ma perché sulla base della nostra storia “si è capito che la cooperazione è più conveniente del confronto”. Questa è l’essenza dell’Europa, ha affermato la Mogherini, ed è questa la lezione cui i paesi nel mondo sono più interessati. Siamo sì un soft power ma siamo, ad esempio, anche il maggiore attore nella sicurezza globale.

Tra i paesi UE, pur se non sovraesposto come altri, l’Italia è quello cui il celebre scrittore israeliano Abraham Yehoshua, intervistato al Forum, ha assegnato una mission: far emergere l’identità mediterranea dei popoli che vivono in questo spazio comune. Italia che, ha affermato, non solo è al centro del Mediterraneo ma gode anche di credibilità, per il suo passato non così profondamente segnato come altri dal colonialismo. E ha indicato la Sicilia come la base per pilotare questo nuovo corso, una nuova dimensione in cui si riconoscano tutti i popoli, che in comune hanno una storia, un mare, e molto altro.

7 dicembre 2017

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