Emanuela Ulivi 

 

BEIRUT - Da agosto la società civile è scesa in piazza. La crisi dei rifiuti, ammassati nelle strade sotto il sole dopo la chiusura della discarica di Nahameh, vicino a Sidone, ha dato la stura  alla frustrazione dei libanesi, da anni già alle prese con le interruzioni giornaliere dell’elettricità, dell’acqua, e la mancanza di servizi.

Di fronte all’assenza di risposte della politica, alle istituzioni bloccate dalle diatribe partitiche, giovani e meno giovani, associazioni e collettivi, famiglie intere non solo della capitale ma da tutto il Libano, protestano sistematicamente davanti ai palazzi del potere per dire basta, rivendicando i loro diritti di cittadini. Da una manifestazione all’altra, accanto al movimento Voi puzzate!, dove Voi sta per i politici accusati di essere corrotti, altri collettivi e gruppi autorganizzati stanno nascendo, ognuno con un nome che è tutto un programma –per esempio Noi chiediamo conto o Sulla strada– che pur pacificamente, dai rifiuti alzano il tiro fino a chiedere le elezioni.

Questa sollevazione popolare, forse una versione libanese dei movimenti che da Syriza a Podemos stanno cambiando il volto della politica in Europa, qui in Libano viene salutata da alcuni come una novità, altri ne sminuiscono la portata attribuendone la notorietà solo alla copertura mediatica. Altri ancora sostengono che questi movimenti sono finanziati dall’esterno. 

“Le persone che hanno lanciato il movimento, le principali, hanno già tentato in passato altre iniziative del genere, ma senza la partecipazione cha vediamo oggi”, spiega Ayman Mhanna, docente universitario e attivista in varie Ong che si occupano di diritti umani e direttore della  Fondazione Samir Kassir, l’organismo per la libertà di stampa che prende il nome dal giornalista e storico ucciso nel 2005.

“Sono i rifiuti – prosegue Mhanna - che hanno smosso le persone. Mentre per l’elettricità e l’acqua i libanesi hanno trovato da soli una soluzione con i generatori e altri mezzi, per la prima volta le stelle si sono accese perché la spazzatura riguarda la vita pubblica e la gestione della questione si è rivelata all’insegna dell’incompetenza più evidente. Inoltre la corruzione è continuata anche in occasione dei bandi per lo smaltimento dei rifiuti. A livello politico, quello che sta accadendo è un fatto particolarmente positivo. E’ un sussulto: per la prima volta i libanesi si ribellano in quanto libanesi perché si tratta di questioni legate ai miei diritti di cittadino, al diritto ai servizi in quanto cittadino. E’ una cosa diversa dal passato quando le persone venivano invitate in piazza dai partiti”.

Si tratta comunque di una minoranza

Si, sono una minoranza ma su una piazza pubblica.

Il movimento è abbastanza variegato, com’è composto?

I gruppi sono circa una ventina, ma la gente scende in piazza spontaneamente, perché c’è la questione dei rifiuti. Al loro interno ci sono delle diversità, a volte contraddittorie, a volte no. C’è una componente strutturata sul modello del lobbing statunitense, che è molto organizzata. La componente di estrema sinistra invece si muove contro Hariri, Solidère, la privatizzazione, temi classici della sinistra estrema. Un altro gruppo cerca di allargare la visuale oltre i rifiuti e chiede che vengano indette le elezioni legislative senza però entrare in politica, limitando la sua funzione a gruppo di pressione nei confronti della politica, come coscienza civile. Una terza tendenza vuole costruire qualcosa a partire dal movimento e entrare in politica con una proposta. Ma tutto è in gestazione. E’ un work in progress.

Dove si ritrovano questi movimenti?

Ci sono forum nei caffè e nelle case. E’ un momento molto creativo.

C’è chi sostiene che questi movimenti siano pagati da qualcuno. Anche per la copertura mediatica. E’ così?

Lo dicono ma non hanno le prove. I soldi vengono dal crowd founding.

Si, ma il ruolo dei media è essenziale.

Ma perché i media sono lì. E ci sono perché invece di fare una conferenza stampa che ha una risonanza limitata, gli attivisti hanno deciso di agire attraverso dei gesti, come lo sciopero della fame, per attirare l’attenzione. Sono persone che se ne intendono di strategie comunicative. E la polizia, con i suoi interventi sui manifestanti, ha fatto il loro gioco. Il risultato è che i politici sono spariti, mentre la gente è rimasta incollata al televisore.

A proposito di informazione, diversi giornalisti in Libano sono stati denunciati per diffamazione, mentre altri hanno dei procedimenti in corso presso il Tribunale Speciale per il Libano nell’inchiesta sull’assassinio nel 2005 dell’ex premier Rafiq Hariri per aver anticipato delle notizie. Che sta succedendo?

Succede che la diffamazione è penale. La giustizia è molto aperta, il problema è che arriva nell’ultima fase, mentre le pressioni ci sono prima. La vera novità è Facebook. Internet crea un nuovo problema: Il Bureau de lutte contre le cyber-crime, creato nel 2006, ha i mezzi tecnici per entrare nei  nostri account, ma mancano leggi in proposito. E’ necessario quindi estrapolare la libertà di espressione dal codice penale e farla diventare materia di diritto civile. In Libano comunque c’è libertà di espressione, anche se mancano delle leggi a protezione della vita privata.

Qual è oggi, per dirla con un titolo di Samir Kassir, “il malessere del mondo arabo”?

Il malessere è la conseguenza del militarismo e del fondamentalismo religioso. Bisogna creare un’alternativa tra questi due atteggiamenti e mettere il cittadino, l’individuo, al centro e non il gruppo. I liberali debbono permettere agli individui di stabilire dei legami, senza eliminare i gruppi. In Medio Oriente debbono smettere di essere contro e debbono cominciare a fare delle proposte.

Si può parlare di un nuovo umanesimo?

Si.

8 ottobre 2015

(Ha collaborato Simone Achkar)

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