Matteo Cinelli 

Ieri sera la polizia ha sgomberato Gezi Park, in piazza Taksim a Istanbul, occupata da diciotto giorni, attaccando con idranti e gas lacrimogeni i manifestanti che protestavano contro il capo del governo Erdogan, intenzionato a costruire una caserma ed un centro commerciale nell’area dove sorge il parco. Il console britannico Leigh Turner ha raccontato su Twitter che il gas urticante è arrivato persino nel suo ufficio, distante quasi un chilometro dal luogo degli scontri.

Il vero nocciolo della controversia è, agli occhi di molti analisti, la costruzione di una grande moschea in piazza Taksim, sogno che Erdogan coltiva fin dal 1990, quando presiedeva una commissione locale responsabile del progetto.  Idea che ha riproposto nel 1997, anno in cui era sindaco di Istanbul, ma che naufrago’ sotto le pressioni dei militari, custodi della laicità turca, e dell’allora primo ministro Necmettin Erbakan. Secondo la stampa dell’epoca, i turchi laici contestavano il progetto della moschea perché simboleggiava il potere degli islamisti in piazza Taksim, così come nell’intero paese. 

Le stesse parole pronunciate dai manifestanti fatti sloggiare ieri da piazza Taksim, senza che le televisioni nazionali dessero la notizia degli scontri, ma le cui immagini hanno fatto  il giro del mondo sui social network in un batter d’occhio. 

Il premier ha progetti molto ambiziosi per la Turchia, come quello di costruire un terzo ponte sul Bosforo per alleggerire il traffico commerciale proveniente dall’Europa verso il Medioriente, o un tunnel sott’acqua per mettere in comunicazione la parte europea del Paese con quella asiatica. Vuole anche realizzare una moschea più grande di quelle che troviamo in Europa, nell’area di Camlica, una zona in cui la gente ama andare a fare il pic nic. E poi ha in mente un progetto che lui stesso definisce “folle”: erigere un ponte di 50 chilometri tra il Mar Nero e il Mar di Marmara. Opere che distruggerebbero boschi, fauna, sorgenti idriche, deteriorando la qualità della vita dei cittadini. Ma c’è anche un altro aspetto: “spesso e volentieri gli appalti finiscono nelle mani di amici dell’AKP - afferma Cemal Gokce, presidente della camera degli ingegneri edili locale a Istanbul - come nel caso della ricostruzione del quartiere di Tarlabasi, dietro piazza Taksim, affidata ad un gruppo che fa capo al genero di Erdogan, Beta Albayrak. 

Appena pochi giorni prima dell’occupazione della piazza, c’era stata l’approvazione della legge anti-alcol proposta dall'AKP, il partito islamico-conservatore moderato di Erdogan, firmata dal presidente Abdullah Gul, che prevede il divieto di smercio di alcol dalle 22 alle 6 - divieto che diventa assoluto nei pressi di moschee e scuole- e impone l’obbligo per le emittenti televisive di oscurare tutte le immagini che mostrano i liquori. 

La repressione delle proteste -che hanno interessato anche la capitale- è stata molto dura, tale da fiaccare le stesse le forze di polizia; pare infatti che sei poliziotti impegnati in piazza Taksim, siano arrivati al suicidio: “siamo anche noi vittime di violenza, sottoposti a ritmi di lavoro massacranti cui non possiamo disobbedire”, ha raccontato uno di loro. E’ cosi’ che dopo molti anni la gendarmeria è tornata nel cuore della capitale, proprio con Erdogan che si vantava di aver liberato la Turchia dal controllo dei militari.

Cinquanta avvocati che difendevano i manifestanti sono stati arrestati, settanta giornalisti imprigionati perché contrari alla linea di Erdogan, che non ha esitato ad esercitare una repressione piu’ dura, a detta di alcuni analisti, di quella in vigore nella stessa Cina. Per parte sua il premier ha tacciato i manifestanti di vandali e terroristi, dicendosi intenzionato a farla pagare a chi non si piegherà.

Abbandonare la linea autoritaria di governo e le ambizioni urbanistiche e capitaliste, la laicità delle istituzioni, il dialogo tra governo, parti sociali e cittadini, dei partiti di opposizione più uniti che diano voce alle esigenze delle minoranze nazionali, è quello che chiedono al premier Erdogan i manifestanti che hanno occupato Gezi Park e che, smantellata la loro “cittadella” continuano a protestare in piazza Taksim, muti, in piedi. 

19 giugno 2013

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