Emanuela Ulivi 

Ancora oggi per stringere le mani di giovani, uomini e donne arrivati a Bkerke per congratularsi. Dopodiché Béchara Boutros al-Rahi inizierà la sua missione alla guida dei maroniti, una comunità radicata in Libano e sparsa in tutto il mondo al seguito della diaspora. Il settantasettesimo patriarca di Antiochia dei Maroniti, eletto il 15 marzo scorso al quinto giorno di conclave, continuerà sulla strada tracciata dal predecessore, il novantenne Nasrallah Boutros Sfeir che ha ottenuto dal papa Benedetto XVI di essere sollevato dall’incarico in ragione dell’età. Chiudendo un venticinquennio contrassegnato da profondi rivolgimenti nella storia del Libano che hanno toccato da vicino i maroniti, coinvolti come le altre comunità cristiane e musulmane, nella vita pubblica e politica strutturata sul confessionalismo. L’accordo di Taef del 1989 in primis –accettato da Sfeir pur di chiudere con quindici anni di guerra civile reclamandone in seguito la piena applicazione, cioè l’uscita dei siriani dal Libano e il disarmo di tutte le milizie, Hezbollah compreso- e le modifiche costituzionali successive hanno ridimensionato il potere e la rappresentanza dei maroniti fino ad allora preminenti, pure in un Parlamento salomonicamente diviso tra cristiani e musulmani e pur continuando come di consueto ad esprimere il presidente della repubblica e il capo dell’esercito, ma in un contesto in cui l’esecutivo è preponderante.

Anche numericamente la presenza dei maroniti -e più ampiamente i cristiani- è diminuita rispetto alla popolazione musulmana, nonostante non se ne abbia una quantificazione precisa dall’ultimo censimento che risale al 1930 e nessuna intenzione di aggiornarlo. Temendo squilibri che spiegano i tentativi di accordare la nazionalità e il voto alla diaspora e agli emigrati. Calo su cui ha pesato -e pesa- l’emigrazione, cominciata con la guerra civile e continuata senza inversione di tendenza, in particolare dei giovani ai quali il patriarca Sfeir ha di continuo rivolto la sua attenzione. Connaturati alla nascita del Libano e della convivenza che tiene insieme questo Paese, i maroniti, più di altri legati all’Occidente, rimangono protagonisti imprescindibili. Ed è nel Libano occupato dalla Siria che il patriarca Sfeir si pronuncia  più volte per un Paese libero, indipendente e sovrano, che nel 2001 avvia la riconciliazione nella Montagna tenendo per mano il leader druso Walid Joumblatt. Punto di riferimento e voce di una comunità quando i suoi leader erano in esilio. Fino alla Rivoluzione dei Cedri, tenendo poi fermo il timone del dialogo e richiamando alle costanti sulle quali si regge il Libano.

Ma che pur avendo patrocinato nel 2000 la formazione del gruppo di Kornet Chehwan attraverso il quale i politici cristiani, fino ad allora in ordine sparso, sono usciti allo scoperto come opposizione al regime filosiriano, non è riuscito ad evitare la spaccatura politica tra quelli oggi schierati con il gruppo del 14 marzo, rappresentati dai partiti Kataeb di Amine Gemayel e dalle Forze Libanesi di Samir Geagea, e i cristiani vicini al generale Michel Aoun (firmatario nel 2006 di un’intesa politica con Hezbollah) e a Suleiman Frangiyeh ingrossando le file del gruppo dell’8 marzo. 

Ricomincia da qui Béchara al-Rahi, monaco dell’ordine maronita mariamita, vescovo dal 1986 e di Jbei dal 1990, per quattro anni presidente della corte d’appello del tribunale maronita, docente universitario di diritto canonico e teologia, coordinatore del sinodo sul Libano convocato da Giovanni Paolo II, presidente della commissione episcopale della famiglia e dal 2009 di quella delle comunicazioni sociali. Che parla anche un ottimo italiano.

Comincia in primo luogo da una cerimonia di investitura celebrata il 25 marzo, festa dell’Annunciazione e dall’anno scorso festa nazionale, mentre per il quinto anno nella chiesa del collegio di Nostra Signora di Jamhour  si riunivano cristiani e musulmani. Pagina biblica e coranica alla quale il nuovo patriarca si è richiamato nel suo discorso, per trarre proprio dal Libano il suo motto, “Comunione e amore”. Dalla convivenza fissata nel Patto nazionale e nella Costituzione, aggiungendo un chiaro messaggio: “La patria non appartiene ad una comunità, ad un partito o a una fazione. Nessuno può accaparrarsela, perché l’appropriazione da parte di una fazione danneggerebbe tutte le altre e disperderebbe questa gloria (del Libano). La cui grandezza risiede nella diversità delle famiglie spirituali e nelle loro specifiche ricchezze. Non parlo di diversità delle sue comunità perché questo termine è ormai inficiato dai limiti della politica e dello spirito di parte. E rimanda a dei raggruppamenti umani svuotati della loro  santità, dell’autenticità della loro fede, della spiritualità del loro credo religioso. Per dirla con Gibran Khalil Gibran, il figlio dei Cedri, “Guai alla nazione in cui le comunità pullulano e la fede religiosa si attenua”.

Ricomincia guardando al futuro comune di cristiani e musulmani nel “Paese messaggio”. Che nell’attesa di conoscere l’atto d’accusa pronunciato dal Tribunale internazionale per il Libano sull’assassinio di Rafik Hariri, da due mesi non ha un governo. 

28 Marzo 2011

Vai all'inizio della pagina