Emanuela Ulivi 

Avvolte in lunghi abiti colorati, col foulard bianco in testa che appoggia sulle spalle, delle donne siedono in fila a braccia conserte, all’ombra degli alberi. Non per una momento di riposo, il loro è un sit-in di protesta. Israele si ritira da Ghajar, il villaggio tra il Libano e le alture del Golan, ma gli abitanti sono in rivolta e saputa la notizia hanno manifestato contro l’ingresso delle forze dell’Unifil. Il Comitato ministeriale di Sicurezza israeliano ha infatti approvato mercoledì scorso la proposta formulata dalle Nazioni Unite e dal comandante del contingente Unifil di stanza nel Sud del Libano, il generale Alberto Asarta Cuevas, di concertare entro 30 giorni la data del ritiro delle proprie truppe dalla parte Nord del villaggio di Ghajar, come previsto nella risoluzione Onu 1701 del 2006, per far posto all’Unifil e in un secondo tempo all’esercito libanese. L’accordo è stato raggiunto col contributo determinante dell’Italia - presente nel Sud del Libano col più alto numero di militari tra le file del contingente Unifil - come ha affermato il premier israeliano Netanyahu ringraziando il governo italiano e personalmente il ministro degli Esteri  Franco Frattini che lunedì ha iniziato in Israele il suo viaggio per sostenere i negoziati israelo-palestinesi.

Una decisione unilaterale, senza che sia stata concertata con lo stato libanese col quale Israele è tecnicamente in guerra, che solleva problemi e congetture di vario tipo. Il villaggio di Ghajar è abitato in maggioranza da musulmani alawiti, come lo sono il presidente Bachar el Assad e l’elite politica siriana. Rientrò sotto il controllo di Israele nel 1967 quando durante la Guerra dei Sei Giorni fu conquistato il Golan appartenenti alla Siria e al momento dell’annessione nel 1981, gran parte degli abitanti scelse la cittadinanza israeliana insieme a quella siriana. Col tempo il villaggio si è espanso verso Nord, in territorio libanese, all’epoca occupato da Israele, diventando un tutt’uno col villaggio di Wazzani, omonimo del fiume vicino che nasce in Libano e si getta nel lago di Tiberiade, oggetto peraltro di dispute tra il Libano e Israele per il pompaggio delle acque. Nel 2000, al momento del ritiro di Israele dalla zona cuscinetto, nel Sud del Libano, entro il confine tracciato dall’Onu, la cosiddetta Linea Blu, la parte Nord di Ghajar è passata sotto il controllo del Libano e la parte Sud sotto la Siria. E’ nel 2006, durante la guerra con Hezbollah, che Israele occupa di nuovo la parte Nord del villaggio, dove i combattenti sciiti si erano attestati costruendo una rete di gallerie sotterranee, ed erige una barriera di filo spinato per impedire che i militanti del Partito di Dio si infiltrassero nella parte Sud di Ghajar.

Mai consultati, gli abitanti di Ghajar hanno appreso la notizia dai media e subito si sono opposti a questa nuova ripartizione che significa una spaccatura del loro villaggio, con un nuovo “muro di Berlino” costruito paradossalmente dall’Onu. Vissuti praticamente sotto il controllo israeliano ad eccezione degli anni 2000/2006, i cittadini della parte Nord di Ghajar non sono disposti, carte alla mano, né a diventare cittadini libanesi né a vedere il loro villaggio diviso, lasciando circa 1.700 abitanti sotto la giurisdizione libanese e altri 500 sotto quella israeliana. Dovendo quindi attraversare la frontiera per fare visita ai propri familiari, per andare al lavoro, alla moschea, al cimitero e i loro figli a scuola. Soprattutto si sentono siriani, non libanesi, avendo scelto, ricordano, fin dal 1930 di appartenere alla Siria. Neanche il tracciato della Linea Blu che attraversava il villaggio, era riuscito di fatto a separare i cittadini di Ghajar che oggi protestano perché il villaggio resti com’è, rimandandone la sorte alla trattativa tra Siria e Israele sul Golan.

Al dramma umano si aggiungono le complicazioni della politica, specie in campo libanese, nonostante Stati Uniti, Russia e Francia, oltre che dall’Onu, abbiano salutato l’accordo come un segnale incoraggiante. Israele ha rinunciato fin’ora a ritirarsi temendo che questa località di confine potesse diventare un avamposto di Hezbollah che ha nel Sud del Libano la sua roccaforte e il cui disarmo è altrettanto previsto dalla 1701 ma non è ancora avvenuto. Anzi, nel Sud il Partito di Dio avrebbe riposizionato la sua presenza militare. Di questo Israele ha accusato più volte le truppe dell’Unifill, ma, si fa notare, è con la stessa forza Onu che ora ha concordato il ritiro da Ghajar. Molti sospettano si tratti di un gesto distensivo da parte dello stato ebraico nel momento in cui il negoziato coi palestinesi è in fase di stallo e la comunità internazionale ha gli occhi puntati sulla colonizzazione in Cisgiordania. Dall’altra, Israele ha annunciato che con questa ultima decisione prevede di aver assolto, per parte sua, alle prescrizioni della risoluzione 1701.

In Libano, dove il governo attende ancora la comunicazione formale del ritiro israeliano da Ghajar, cosa che rappresenta un vero “rompicapo” da gestire, le ipotesi sono diverse e i timori anche. Si ricorda ad esempio che Ghajar non è l’ultimo lembo di terra libanese occupato da Israele quando è ancora aperta la questione delle fattorie di Shebaa, sulle quali oltre all’occupazione israeliana pende il problema dell’attribuzione, alla Siria o al Libano. Inoltre l’accordo Israele Onu può significare che la trattativa è una strategia vincente, più delle armi, in particolare più delle armi di Hezbollah. Che con tempismo e a più voci ha ribadito l’utilità della resistenza, temendo il ritiro da Ghajar un non meglio definito stratagemma, mentre da mesi sta giocando d’anticipo sui risultati dell’inchiesta del Tribunale Speciale per il Libano incaricato di indagare sull’assassinio di Rafik Hariri, che a dicembre formulerà la sua accusa. Dopo che il settimanale Der Spiegel prima, Le Figaro poi e due giorni fa il lungo servizio di Neil Macdonald per la TV canadese CBC, guardano tutti in un’unica direzione. Hezbollah.

24 Novembre 2010   

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