Emanuela Ulivi 

Figura preminente della comunità sciita e nel mondo musulmano, il 4 luglio è scomparso all’età di 74 anni, a Beirut, Sayyed Mohammad Hussein Fadlallah sulla cui eredità culturale e complessità si stanno interrogando in patria e all’estero. Il suo profilo emerse negli anni ’60 una volta tornato nella patria dei genitori dall’Iraq -dove era nato nella città di Najiaf che insieme a Qom è in lutto- per iniziare la sua predicazione sempre più seguita (anche da un giovane Hassan Nasrallh, oggi segretario generale di Hezbollah). Voce risuonata oltre la moschea, fin dal suo sostegno alla rivoluzione iraniana negli anni ’70.

Antisionista -fino all’ultimo istante della sua vita-, accusato di aver avallato gli attentati del 1983 contro i marines americani e i para francesi, Fadlallah era scampato ad alcuni attentati (l’ultimo nel 2006 quando Israele bombardò la sua residenza nel quartiere di Beirut di Haret Hreick). Pur critico verso la politica statunitense in Medioriente, ultimamente delle guerre in Afghanistan e in Iraq, negli anni ’80, durante la guerra civile, non aveva approvato il sequestro di cittadini occidentali da parte di alcuni gruppi. Per aver sostenuto la resistenza armata dopo l’invasione di Israele del 1982, è stato definito la guida spirituale di Hezbollah, che oggi lo piange come uno dei suoi, ma dal quale l’unico considerato “marja”, guida, in Libano, aveva preso le distanze giudicando il Partito di Dio troppo dipendente dall’Iran. Non solo. Contestava la teoria del “wilayet el-fakih" che accorda tutti i poteri ad una guida suprema  e si era distaccato dagli esiti della rivoluzione khomeinista non condividendo l’idea che dei religiosi si ponessero alla guida del Paese. Una frattura con l’Iran ed Hezbollah, che temevano la sua influenza sui giovani sciiti, ricucita solo negli anni ’90. E non pensava possibile trapiantare il modello iraniano in Libano, dove convivono 18 confessioni religiose, seppure in relativa concordia. A suo avviso, non la religione ma la politica è alla base dei dissidi, come spiega in un’intervista al Dao, pubblicata nel 2007 raccolta insieme a quelle al Gran Mufti della Repubblica Libanese, Muhammad Rachid Qabbani e al teologo gesuita Padre Samir Khalil Samir . 

I suoi discorsi, tradotti in varie lingue, parlano infatti di dialogo, al di là dell’appartenenza a gruppi politici e degli interessi di parte, sia all’interno della comunità sciita che tra le altre comunità religiose. Un imperativo che Fadlallah derivava dal Corano, a partire dal quale il grande Ayatollah parlava di un Islam integrato nella società di oggi, aprendo la strada ad una interpretazione moderna degli scritti sacri e criticando l’oscurantismo di alcuni gruppi fondamentalisti. Nel tempo, la sua era diventata fonte di dottrina per gli sciiti, anche  oltre i confini del Libano fino in Iraq, nel Bahrein, nel Kuwait e in tutto il mondo musulmano. Non approvava la flagellazione a sangue nel periodo dell’Ashura e in maniera netta –sobbarcandosi una notevole quantità di critiche- Fadlallah aveva preso posizione verso le donne, pronunciandosi contro le mutilazioni genitali, il delitto d’onore, sostenendo il diritto a ribellarsi alla violenza coniugale. Aveva aperto il suo sito web a qualunque discussione, anche agli argomenti considerati dei tabù.

Quello che il Libano rimpiange come un saggio, dichiarava di aver sempre avuto due punti fermi: l’essere umano e la sua libertà, il suo diritto a vivere libero, fosse esso uomo o donna. Di pari passo col suo diritto a ribellarsi all’ingiustizia con tutti i mezzi, chiunque ne fosse l’autore: un individuo, una comunità o uno stato.

6 luglio 2010

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