Alessandro Vanni 

Si sono svolte ieri le elezioni politiche in Iraq, le seconde dalla caduta di Saddam Hussein. Milioni di iracheni, nonostante le ripetute minacce di Al Qaeda, che ha tentato di boicottare le elezioni diffondendo un clima di terrore nel paese, si sono recati alle urne nelle elezioni generali, e l’affluenza è risultata notevole. Secondo i funzionari elettorali si è attestata al 61% nella provincia sunnita di Anbar e al 70% in quella settentrionale di Kirkuk. 

Le reazioni

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel suo messaggio di congratulazioni, ha reso omaggio agli iracheni: “Ho un gran rispetto dei milioni di iracheni che hanno rifiutato di restare a casa a causa della violenza e i quali hanno esercitato il loro diritto di voto. La loro partecipazione – ha aggiunto – dimostra che la gente ha scelto di decidere il proprio futuro attraverso un processo politico”. Gli Stati Uniti sperano che queste elezioni rinforzino la democrazia dell'Iraq, e che aprano la strada alla tranquilla ritirata delle truppe statunitensi.

Anche il Ministro degli Esteri Italiano, Franco Frattini, ha definito il successo delle elezioni in Iraq come “un segnale anche per l’Afghanistan”, e l’affluenza alle urne “un esempio importante”. L’Italia, ha ricordato il Ministro, si è impegnata fin da subito per rendere possibili le elezioni, pagando anche un prezzo in vite umane, ed ha auspicato che ci possa essere un vincitore nel rispetto delle regole per arrivare a una coalizione che governi per quattro anni, poichè il Paese ha bisogno di “stabilità e integrazione tra i vari gruppi”. 

 “È terribile che tante persone siano state uccise, ma questo non cambia la strada degli iracheni. Queste elezioni sono serie e molti iracheni hanno partecipato con grande convinzione”, ha affermato Ad Melkert, rappresentante delle Nazioni Uniti in Iraq. Il primo ministro Nouri Al-Maliki ha affermato che gli attacchi  servono soltanto a impressionare gli elettori, ma che gli iracheni non si faranno intimidire. Il leader sciita antiamericano Moqtada Al-Sadr ha detto che le elezioni sotto l’“ombra dell'occupazione” sono illegittime, ma che nonostante tutto, occorre votare per aprire la strada alla “liberazione” dalle truppe statunitensi.

La vigilia

Venerdì scorso, un gruppo di Al-Qaeda che vede le elezioni come la convalida del governo sciita e dell'occupazione degli Stati Uniti aveva dato un avvertimento agli iracheni: coloro che si fossero recati a votare sarebbero stati attaccati. 

E la rete terroristica è riuscita, pur con il coprifuoco imposto per motivi di si curezza, a far esplodere numerosi ordigni e a sparare missili su un edificio governativo, provocando 38 morti e oltre 110 feriti. Il ministero dell’interno iracheno ha reso noto che gli attentati mortali, oltre che a Baghdad, si sono verificati anche a Baquba e Yatreb, rispettivamente a 50 e a 100 chilometri a nord della capitale, e ancora a Fallujah, Baqouba e Samarra. Ordigni anche a Mossul, dove però non si sono registrate vittime. Ma, come detto, ciò non ha fermato gli iracheni e la voglia di esprimere liberamente il loro voto. Così, in un clima surreale che ha ricordato i giorni della guerra del Golfo, la capitale -e tutto il Paese- si è risvegliata con l’obiettivo di tornare, pur faticosamente, alla normalità. Lunghe code si sono formate davanti ai seggi, con uomini e anche tantissime donne con i bambini, in file ordinate per farsi prendere l’impronta digitale ed esprimere la propria preferenza, a Baghdad e nelle città sunnite in cui il voto del 2005 era stato boicottato. Moltissime le candidate donne, 1800 – su un totale di 6.172 - per riempire quella quota del 25% previsto dalla Costituzione che ha diviso fra favorevoli e contrari. Molte le donne poliziotto, oltre 600, impegnate a far rispettare la regolarità della consultazione e a vegliare contro le minacce di Al Qaeda, incaricate di perquisire le elettrici per scongiurare la minaccia di donne-kamikaze. Ed ancora, molte anche le donne impegnate dentro i seggi, con presidenti, segretarie e scrutatrici. 

Il voto

In queste elezioni si è votato con il cosiddetto sistema “a lista aperta”, che ha dato la possibilità, oltre che di scegliere il partito, anche di esprimere una preferenza per il candidato, a differenza che nella tornata elettorale del 2005. Per avere un’idea di chi uscirà vincitore dalle consultazioni occorrerà attendere almeno altri tre giorni solo per i risultati preliminari. Per i conteggi definitivi occorrerà ancora più tempo, secondo la Missione di assistenza all’Iraq delle Nazioni Unite, tempistiche lontane dal mondo occidentale, ma quasi indispensabili in un paese con problemi di sicurezza, di collegamenti viari, di corruzione, di brogli. Lo scontro è aperto, ma sembra ristretto al campo sciita, che, dopo gli anni di persecuzione di Saddam Hussein, detiene oggi il potere. 

I risultati

Le liste elettorali hanno visto ben 86 partiti scendere in campo, ma sarebbero solo cinque quelle potenzialmente in corsa, ad iniziare dall’ “Alleanza per lo Stato di Diritto” dell’attuale premier Al-Maliki, già vincitore delle elezioni provinciali del gennaio 2009. Lo stesso Al Maliki aveva rivolto, prima del voto, un accorato appello a tutte le forze politiche ad accettare i risultati delle urne, qualsiasi essi siano, in un processo democratico di cui in molti sentono il bisogno. 

Secondo quanto riportato dal portavoce del governo Ali al-Dabbagh,  la lista di Al Maliki sarebbe in vantaggio a Baghdad e nel sud sciita, risultato al momento difficilmente verificabile ma che sembra supportato dai primi risultati preliminari, almeno nel sud. A sfidare il premier uscente anche i suoi ex alleati sciiti che si sono uniti nell'Alleanza Nazionale Irachena (Ina). Il potente Consiglio Supremo Islamico iracheno (Isci), che ne fa parte, ha fatto sapere dopo i primi conteggi che Maliki e Ina sono sostanzialmente alla pari. 

Al terzo posto, sempre secondo l'Isci, segue la lista dell'ex premier Iyad Allawi, anch’egli sciita e paladino della conciliazione e del laicismo dello stato, che gode del sostegno di molte persone appartenenti alla minoranza sunnita che guardano con sospetto al governo di Maliki, a guida sciita. Nel suo partito anche molte donne, che tentano di farsi strada a fatica in un Paese dominato dal maschilismo.

Nel Kurdistan iracheno, un nuovo partito sfida l'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) del presidente Jalal Talabani, una delle due formazioni che dominano la politica della regione da decenni. Un buon risultato della lista riformista Goran potrebbe indebolire la posizione del Puk e del Partito Democratico del Kurdistan di Massoud Barzani nei colloqui per la formazione di una coalizione a Baghdad. 

8 marzo 2010

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