Angelo Valsesia 

Il leader politico di Hamas – Khaled Meshaal – ha apprezzato il “nuovo linguaggio” verso il Medio Oriente del Presidente Obama. Meshaal ha mostrato un'insolita fiducia per le parole espresse da Obama a riguardo di un nuovo coinvolgimento regionale nel conflitto arabo-israeliano. Meshaal ha infatti dichiarato che un'apertura ufficiale al movimento è ormai solo “questione di tempo”. Ha sostenuto, inoltre, che le potenze mondiali hanno bisogno di Hamas per risolvere il conflitto, e che la forza del movimento sarebbe nelle sue radici nella società e nelle persone che hanno sostenuto Hamas con il loro voto. Infine, Meshaal ha interpretato il messaggio di Obama (ma non facendo alcun esplicito riferimento al messaggio e alle parole del Presidente statunitense) come un preludio ad un genuino cambiamento nelle politiche di Stati Uniti ed Europa.

L'intervista rilasciata da Meshaal ha suscitato qualche preoccupazione, specialmente tra alcuni commentatori statunitensi. Buona parte delle attenzioni si sono concentrate sul fatto che Hamas non riconosce ancora lo Stato di Israele e – oltretutto – sullo status di organizzazione terroristica del movimento e la sua presenza nella 'lista nera' di Unione Europea e USA.

Se queste preoccupazione sono perfettamente comprensibili, è bene non confondere le speranze di Meshaal con le parole di Obama nel suo messaggio all'Iran. Di fatto, è difficile immaginare che UE e Stati Uniti escludano Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche, almeno sino a quando non vi saranno importanti variazioni nella politica dell'organizzazione: prime tra tutte, il riconoscimento di Israele ed il rifiuto della violenza.

A riguardo del primo punto, Hamas ha dato la sua disponibilità solo se Israele si ritirerà all'interno dei confini precedenti al 5 Giugno 1967. Sul secondo punto, invece, Meshaal è stato più vago dichiarando che, sino a quando l'occupazione Israeliana continuerà, Hamas continuerà sul doppio binario dell'azione politica e della resistenza militare. 

Conseguentemente, potrebbe essere sbagliata l'idea che la nuova politica estera statunitense sia prona a tendere la mano verso organizzazioni terroristiche e Stati che sono sospettati di supportarle. Difatti, il cambiamento nella politica estera statunitense è appena iniziato ed Obama ha mosso solo il primo passo per ri-guadagnare una certa credibilità tra numerosi attori in Medio Oriente. Se questo dovesse spingere altri attori ad abbandonare la violenza in favore di soluzioni diplomatiche, il cambiamento non può che essere ampiamente benvenuto.

25 marzo 2009

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