Reportage di Giulia Brugnolini 

Oltre centomila  tra religiosi e laici di tutte le etnie hanno marciato il 25 settembre da Perugia ad Assisi, la città di San Francesco, per chiedere instancabilmente la pace tra tutti i popoli. Lo stesso giorno, dall’altra parte del Mediterraneo, ad At-Tuwani, villaggio sulle colline a Sud di Hebron in Cisgiordania, dove dal 2004 la comunità francescana è impegnata con il progetto Operazione Colomba, un centinaio di palestinesi si sono messi in cammino, alcuni a dorso di mulo, altri a bordo di trattori, per coprire un tragitto più breve, fino al piccolo centro di Al-Fakheit, uniti ai pellegrini umbri nello spirito di un santo che secoli fa andò in Medio Oriente portando il suo messaggio di pace.

La Marcia della Pace Perugia-Assisi ideata dal Movimento Nonviolento di Aldo Capitini, ha compiuto quest’anno cinquant’anni anche se non sembra dimostrarli, visto che in mezzo secolo non è cambiato poi molto. I conflitti armati nel mondo sono circa quaranta tra quelli più datati, come il conflitto israelo-palestinese, e quelli nuovi, mentre anche la Primavera Araba sta sommando il suo tributo di sangue.
 
Gruppi scout, associazioni di volontariato, movimenti ambientalisti e poi pensionati, immigrati, disoccupati, disabili, bambini -il segmento della popolazione che ha meno voce per far valere i propri diritti, in un mondo dove ancora persiste la legge del più forte- ma anche e soprattutto giovani, consapevoli di avere sulle spalle la costruzione del futuro per darne uno migliore alle generazioni che verranno, hanno prestato le loro gambe alla causa della pace camminando per venticinque chilometri fino alla Rocca Maggiore di Assisi. Sul palco allestito all’ombra del suggestivo castello medievale, reso ancora più icastico dal cielo nuvoloso, il sindaco di Assisi Claudio Ricci si è collegato telefonicamente con Hafez Hurriani, leader del comitato popolare del villaggio di At-Tuwani. La linea era disturbata ma le sue parole sono arrivate chiare a tutti: “Noi siamo con voi”, trasmettendo un messaggio di pace da una villaggio oggetto da anni di pesanti soprusi da parte dei coloni israeliani ma in cui gli abitanti hanno rifiutato la vendetta ed scelto la nonviolenza.

La recente richiesta di riconoscimento dello stato Palestinese entro i confini del 1967, formulata dal presidente palestinese Mahmud Abbas alla sessantaseiesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite ora approdata al Consiglio di Sicurezza Onu, ha riacceso le speranze di quel popolo la cui identita’ e’ spesso negata, per una soluzione definitiva del conflitto. Speranza che ha attraversato anche il cielo di Assisi dove sventolavano tantissime bandiere della Palestina. “La pace, che non è assenza di conflitto armato ma è condizione che va assicurata con la tutela dei diritti e la cancellazione delle disuguaglianza politiche e sociali –ha sottolineato il presidente del Movimento Nonviolento, Mao Valpiana- non si costruisce solo nelle sedi istituzionali ma giorno per giorno nelle case, nelle strade” .

Invito che ha tradotto il tema di questa marcia, “La pace e la fratellanza tra i popoli”, identico a quello di cinquant’anni fa, nel nome del quale si e’ marciato anche ad At-Tuwani. Anche se la gente riunita ad Assisi, specie i giovani, non vive in un contesto di conflitto e molti non hanno mai conosciuto la guerra. Ma nessuno ne e’ immune o estraneo.

L’aggravarsi della crisi finanziaria e del debito nella maggior parte dei paesi occidentali, ha infatti portato a guardare al resto del mondo con occhi nuovi. I tagli, anche in Italia, all’istruzione e al welfare, colpiscono drammaticamente i più deboli e accentuano le disuguaglianze, mentre dall’altra si continuano a rifinanziare gli armamenti, ne è un esempio l’ intenzione del governo italiano di acquistare nuovi cacciabombardieri F35-JSF, come ha fatto sapere la “Tavola Della Pace”, una delle più importanti associazioni presenti alla marcia.

I volti segnati dalla guerra che arrivano sulle nostre coste costringono i popoli occidentali a svegliarsi dal proprio “sonno di benessere”, a pensare che la chiave di volta stia proprio in un equilibrio di condizioni e nella risoluzione di quei conflitti presenti in altre parti del mondo che non di rado essi stessi hanno promosso, mettendo in gioco e spesso sprecando tante vite. “Nessun uomo può essere felice sulla terra se sa che i suoi fratelli non lo sono”: lo scriveva Ernesto Che Guevara più di cinquant’anni fa, lo aveva stampato sulla maglietta un ragazzo di vent’anni alla marcia di Assisi.

8 ottobre 2011

Vai all'inizio della pagina