Jacopo Salvadori 

Sono passati 24 anni dalla prima guerra del Golfo, a cui hanno partecipato ben 37 Paesi e che segnò l'avvento della TV globale. Parla proprio di questo aspetto l’ultimo libro di Stefano Beltrame, diplomatico di lungo corso con esperienze in Iran e nel Kuwait , intitolato Storia del Kuwait. Gli Arabi, il petrolio e la prima guerra del Golfo, presentato ieri all’Auditorium de “La Nazione” a Firenze su iniziativa dell’Associazione Nazionale Italia-Kuwait che ha sede nel capoluogo toscano.

Stefano Beltrame, già autore nel 1999 della Storia del Kuwait: gli arabi, il petrolio e l’Occidente e nel 2003 di La prima guerra del Golfo. Perché non fu presa Baghdad. Dalla cronaca all'analisi di un conflitto ancora aperto, e che nel 2009 ha scritto anche il libro su Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica, mette ora al centro della sua riflessione l’uso della televisione di massa nel raccontare un conflitto armato  e le teorie che hanno fatto da corollario a questa svolta storica nella comunicazione. Tra queste, la celeberrima teoria del “Villaggio Globale” di Marshall McLuhan, secondo la quale l’evoluzione dei mezzi di comunicazione e in particolare del satellite, ha permesso la comunicazione in tempo reale, polverizzando le distanze e attribuendo al mondo i comportamenti tipici di un villaggio. “La televisione di massa – ha spiegato Stefano Beltrame – ha svolto un doppio ruolo durante la prima guerra del Golfo: da un lato ha portato la guerra nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, dall’ altra quello nel Golfo è stato il primo conflitto interamente coperto dai media con più di dieci mila giornalisti, controllati dagli Stati Uniti”.

La completa copertura mediatica della guerra ha garantito l’effetto sorpresa dell’attacco: “sono state mandate in onda – ha continuato Beltrame - molte immagini delle esercitazioni: tutti sbarchi sulla costa, prima in Arabia Saudita, poi in Oman. Alla fine il conflitto è cominciato a 150 chilometri dalla costa, nel pieno deserto e non via mare, spiazzando tutti, compresi gli stessi iracheni che avevano fortificato la costa per chilometri e chilometri”.

Ma "la guerra del Golfo non è stata raccontata solo dai media internazionali“, ha ricordato il direttore della Nazione Gabriele Canè ripercorrendo i momenti in cui il giornale ha coperto una guerra in cui la TV sembrava predominante. 

“Le memorie dei diplomatici come quelle riportate in questo libro da Stefano Beltrame - ha poi aggiunto il professor Pierluigi Ballini, docente di Storia Contemporanea all'Università di Firenze - sono fondamentali per poter ricostruire e comprendere il sistema delle relazioni internazionali, aldilà dell’ufficialità dei resoconti”.

Questo libro di Beltrame, ha concluso Pierandrea Vanni, giornalista oltre che presidente dell’Associazione Nazionale Italia-Kuwait (dove è raccolta una vasta rassegna stampa sulla guerra del Golfo) rappresenta anche un contributo molto importante per conoscere meglio la storia e la cultura del Kuwait: “il senso di indipendenza – ha spiegato - ha sempre contraddistinto il popolo kuwaitiano, già forte e presente durante l’impero ottomano. Un sentimento che si è concretizzato due secoli e mezzo fa con la scelta da parte del popolo kuwaitiano della famiglia Al Sabaha alla guida di ciò che è oggi lo stato del Kuwait”.

 29 Gennaio 2014

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